UMANITÀ NUOVA

Fra etnie e culture

tribuzuluCinque bicchieri di rosso, la passione per la musica, la voglia di mettersi in gioco per sé stessi e per gli altri. Con i piedi ben piantati a terra nella città, ma con il cuore che spazia in tutto il mondo. Così si raccontano le “Nuove Tribù Zulu”, un gruppo musicale indipendente italiano che sta incontrando sempre più il favore del pubblico. Di tutto il mondo.

di Paolo Balduzzi - Roma

ROMA - Spesso dico che le cose che ci accadono e le persone che incontriamo, vanno fatte “decantare”. Proprio come un buon bicchiere di rosso. Si attende, con solerte pazienza, che si sprigionino i profumi e i sentori che il legno di una botte centenaria ha conferito, affinché il palato si sazi di aromi e di sapori che, nella loro fedele adesione al tempo, hanno però sempre un’essenza di novità. La terrazza romana sulla quale mi trovo, regala un panorama mozzafiato sulla Città Eterna, ed è difficile capire quale sia il bouquet del vino offertomi dalle Nuove Tribù Zulu: so solo che è buono. Sono passate oltre due ore da quando ho acceso il mio registratore e, complice proprio una bottiglia di vino, l’atmosfera è subito familiare. Andrea Camerini, Paolo Camerini, Roberto Berini si raccontano, tra un disquisire ed un brindare, immersi in un’avventura che da anni li coinvolge come artisti in progetti di alto livello e di ampio respiro. Si accomoda in salotto anche Laura Di Nitto, che è parte integrante del loro progetto anche se non è musicista. E’ appena arrivata dagli studi Rai alla Dear di Roma, dove è un’apprezzata regista e documentarista. Parlano insieme, si danno e tolgono la parola con totale libertà. A bottiglie stappate, il coro a più voci che si anima, risultato di questo incontro, è servito di seguito: da sorseggiare senza fretta, mi raccomando....

Il suono e la parola: sono un binomio per voi fondamentale.
Il suono è una parte essenziale della vita di tutti noi. Forse ancora non ci rendiamo conto quanto esso ci condizioni in ogni aspetto, andando a toccare ogni codice emotivo e culturale del nostro vivere. E’ una presenza, è esso stesso un linguaggio diremmo primordiale nell’uomo: nasciamo con questo ritmo dentro; poi apprendiamo la parola che ci forma durante l’arco dell’esistenza, ha un suo significato, un suo perché, che forse noi stiamo perdendo. La realtà mediatica che ci circonda, ci sta facendo dimenticare il vero senso di tutto quanto ci sta attorno: cose e persone, e anche la parola. Il media è comunque parziale, ti concede solo una parte della vita e del mondo. Noi volevamo altro”.

Andiamo con ordine. Voi nascete agli inizi degli anni novanta. Ma con quale vocazione?
“Come musicisti siamo nati e cresciuti insieme e la nostra è prima di tutto una storia di grande amicizia. Eravamo alle porte di tangentopoli, era appena caduto il muro di Berlino, si vivevano grandi cambiamenti, e ci siamo accorti che dentro questi eventi camminavamo tutti insieme, nella stessa città, senza però avere chiara l’idea di dove volessimo arrivare. Abbiamo voluto andare sulla strada, per ritrovare allora quella parte di noi che in altri luoghi non trovavamo. Capire dove eravamo e scegliere dove andare. La strada, la città, con la sua gente e i suoi sapori è stata il riappropriarsi di noi stessi; abbiamo incontrato le persone, siamo entrati nelle loro storie, abbiamo suonato per loro, ci siamo immersi nei problemi e nelle loro straordinarie ricchezze, con tutti i rischi del caso. Abbiamo scelto un nome guerriero perché il nostro a quel tempo era veramente un atto di sfida verso la società attuale. Poi, col passare del tempo abbiamo capito anche altro. Il gruppo è andato avanti così, su questa idealità. Il girare l’Italia per andare a cercare la verità”.

Tornando al linguaggio comunque, voi avete fatto una scelta controcorrente.
“Abbiamo vissuto una fase determinante storica. I gruppi che allora facevano parte dell’underground non sfruttavano né il linguaggio né la tradizione italiana. C’era un’esigenza di esprimersi in modo anticonformista, usando l’inglese soprattutto. Noi abbiamo cominciato a fare un discorso nostro di radici italiane, riproponendo suoni e linguaggi propri della nostra terra, recuperando anche una certa tradizione che è ricchezza”.

In più di quindici anni di attività di cose ne avrete vissute..
“L’esperienza diretta sul campo è la cosa che ci ha interessato di più. La musica, tutto il nostro lavoro, lo viviamo come mezzo di ricerca e, per quanto detto finora, essa diventa un’esigenza creativa e un mezzo di conoscenza di sè stessi e dell’altro. Nel corso di questi anni ci è apparso chiaro come la musica abbia una funzione sociale molto importante: perchè è in grado di sostenere un ruolo fondamentale nei processi di socializzazione e nelle possibilità di evoluzione della comunicazione interpersonale”.

E anche per questo motivo che, da artisti, da anni lavorate in progetti sociali, sia in Italia che all’estero..
Una volta capito il senso del nostro fare musica, abbiamo sentito che un tassello importante di questa ricerca era capire chi fosse l’altro, il diverso da me, chi mi rappresenta ciò che ancora non conosco, e allo stesso tempo sapere che potevamo a nostra volta dare qualcosa, e proprio attraverso la musica trovare il punto di contatto, di reciprocità con l’altra persona. E’ stato straordinario. Inevitabilmente questo sentire ci ha portato nel terreno dell’educazione, dei bambini, soprattutto ci ha indicato una strada: quella di guardare le situazioni più difficili, dove la musica, con il suo potere, dava beneficio. Ma lavoriamo un po’ dappertutto, nelle scuole, dove portiamo avanti il progetto “Una canzone per la pace – A song for peace”, nelle carceri, dove sentiamo insomma che possiamo dare e ricevere qualcosa”.

Avete a cuore la città, ma spaziate in tutto il mondo..
“E' vero, abbiamo dei progetti legati al bene di una comunità, di un territorio, che può essere, appunto, carcere, scuola, quartiere, perchè è proprio in questi nodi che si concretizza la relazione e quel confronto che ci può migliorare. La città ci dà l'occasione di un rapporto stretto con chi ci ascolta, di poter dare e ricevere in modo naturale e diretto. Con queste basi solide, sentiamo allora di poter allargare gli orizzonti, guardando al mondo che ci circonda. Ecco l'India, l'Africa...

Il percorso vi ha portato allora anche a condividere il dolore di certe situazioni, soprattutto dove è l’infanzia a pagare le conseguenze.
“E’ proprio così, e certe volte ti assicuro non è stato facile. In due ospedali ad esempio, non sapevo se sarei riuscita a rimanere salda, tanto era il dolore innocente che vedevo (è Laura che parla ora). Eppure ha prevalso sempre la voglia e l’impegno di costruire qualcosa per migliorare e migliorarci, ogni occasione è stata unica per fare ancora meglio il nostro lavoro, la nostra parte, per dare una risposta a questo dolore. Probabilmente, in questo senso, anche l’artista ha delle responsabilità, in quanto dovrebbe recuperare le sue piene funzioni di mediatore e interprete della realtà, nella verità dell’essenza artistica che rappresenta. Come in una città ci vuole il medico, il sindaco, il poliziotto, ecco che ci vuole anche l’artista”.

Tentazioni di gettare la spugna?
“Ha ragione Laura, ha prevalso sempre l’entusiasmo di fare qualcosa, di farlo per gli altri, e forse anche una sottile incoscienza di intraprendere strade nuove, ma anche la necessità di prendere posizione su certi argomenti, anche con coraggio. Nelle esperienze che si vivono giorno dopo giorno, che producono la vita, ci si rende conto che l’unica strada è mettersi in gioco davvero per gli ideali in cui si crede, coniugando una ricerca interiore con l’impegno sulla musica, l’arte e i media, quello che facciamo per vivere e migliorarci. C’è un obiettivo primario che è quello di usare questi mezzi per fare delle cose con uno spirito di crescita, di costruzione”.

L’arte dunque come strumento d’incontro?
Il senso ultimo di tutto, forse, è proprio sentire l’unità del genere umano dal quale non possiamo prescindere. Siamo stati tante volte in India. Terra di contraddizioni, ma anche di grande speranza. Penso che ogni viaggio, ogni tappa lì ci abbia cambiato poco per volta. Ci siamo sentiti più attaccati all'essenziale, alle cose vere, grazie a quanto imparato e condiviso con questo popolo. Eppure ci sentiamo uguali ed europei allo stesso modo. Dopo tanti viaggi lì, oggi stiamo portando avanti NOW “nomadic orchestra of the world” che è un progetto a cui teniamo molto, che vuole esprimere proprio questa idea di unità. E forse la cosa più bella è sperimentare ogni volta un inno alla vita,  la gioia di esistere. E quando senti che il tuo atteggiamento è contagioso, perché provoca gioia negli altri intorno a te, anche chi non avrebbe motivo per essere felice, hai capito solo allora, magari quando sei sfinito, che hai fatto un buon lavoro e che valeva la pena di rischiare”.

Zulu cioè gente del cielo. I microfoni sono spenti, i calici vuoti, e l’imbrunire della sera porta con sé un’aria di nostalgia. Col naso all’insù rifletto di quante “coincidenze” azzeccate abbia generato in questa storia la scelta del nome. Penso che ha davvero ragione Tutu, diciassette anni, di Johannesburg. Dopo un workshop, nel suo paese, con NTZ, non ha esitato a scrivere una poesia: “Noi siamo la stessa differenza”. Proprio così. E guardando alle stelle, apparentemente così diverse, ne trovo conferma. Ammiccano tutte allo stesso modo.

CHI SONO - Nuove Tribù Zulu, alias Andrea Camerini, Paolo Camerini, Roberto Berini, è un gruppo musicale indipendente italiano. La loro storia comincia all’inizio degli anni novanta nelle piazze e nei vicoli di Roma. “La scelta fu quella di andare a suonare sul teatro della strada per cercare amore, gioia, libertà, poesia e soprattutto verità”. Così nacquero le Nuove Tribù Zulu, con i primi concerti tra Campo de’ Fiori e Piazza Navona con chitarre, fiati, contrabbasso, percussioni e voci urlate. Nel corso degli anni hanno suonato ovunque: dalle centinaia di concerti fatti tra strade, metropolitane e locali all’esperienza teatrale del Frankestein Musical con Tullio Solenghi e musiche scritte da Daniele Silvestri. Si sono esibiti nei teatri e sui palchi di festival prestigiosi in Italia - Festa del Cinema di Roma, Festa della Musica a Milano, Extrafestival a Torino, Asti Musica, Roma Incontra il Mondo e all’estero durante il 5th World Summit Media & Children a Johannesburg, e in India al Dilli Haat di Nuova Dehli. NTZ sono poi passati anche per la televisione con il programma GNU di RaiTre e hanno realizzato le sigle televisive dei programmi Screensaver (edizione 2002) e GT Ragazzi (edizione 2007) nonché musiche per cartoni animati e documentari. (PB)

 

Presets
Main Style
Patterns
Accent Color
Apply

Questo sito utilizza cookie tecnici, anche di terze parti, per consentire l’esplorazione sicura ed efficiente del sito. Chiudendo questo banner, o continuando la navigazione, accetti le nostre modalità per l’uso dei cookie. Nella pagina dell’informativa estesa sono indicate le modalità per negare l’installazione di qualunque cookie.