UMANITÀ NUOVA

Salute e ambiente

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Intervista al Prof. Francesco Bevere, Direttore Generale dell’ Istituto Nazionale Tumori Regina Elena e dell’Istituto Dermatologico San Gallicano di Roma, che ci illustra il programma di umanizzazione ospedaliera già in atto da oltre un anno in tutta la struttura. Non è un semplice progetto d'efficienza ma qualcosa di più, che coinvolge e amplia lo sguardo sulle necessità di una grande capitale.

Intervista di Paolo Balduzzi-Roma

(Prima parte)

E' martedì mattina, una manciata di minuti prima delle dieci: la città è immersa nelle sue attività quotidiane, e il “formicaio” romano è reso più schizofrenico dalla pioggia e dai guasti ai semafori. Ancora mezzo bagnato e incredulo per essere in orario, entro nella grande hall degli Istituti Regina Elena e San Gallicano di Roma e una grande scritta mi accoglie sulla parete di destra: “Tutto è possibile a chi crede”: un augurio per chi viene da queste parti a curare malattie serie e, per il sottoscritto, un buon auspicio  per riuscire a far bene il proprio lavoro.

Il Prof. Francesco Bevere è Direttore Generale, dal Dicembre 2008, di due strutture d’eccellenza: l’Istituto Nazionale Tumori Regina Elena (IRE) e l’Istituto Dermatologico San Gallicano (ISG). Il Prof. Bevere mi accoglie in un ampio studio a vetrate da dove si gode un panorama splendido della città, e dove è possibile conversare con qualche nota di classica in sottofondo. Non sembra certo di essere in un ospedale, eppure mi trovo in una struttura che opera in regime di eccellenza scientifica nella aree più avanzate della ricerca, per la cura delle patologie a più elevata incidenza e impatto sociale.

Prof. Bevere, in cosa consiste il progetto di umanizzazione ospedaliera che state realizzando agli Istituti Regina Elena e San Gallicano?
“Quando una persona viene ricoverata in una qualsiasi struttura perché affetta da una patologia, più o meno grave, vive fin dall'inizio un disorientamento, dovuto al dolore e alla paura per il cambio di vita che l'annuncio di una malattia porta con sé. Spesso anche il personale sanitario si focalizza sulle terapie trascurando l'aspetto della persona presa nella sua totalità. Questa disarmonia non concorre certamente al successo delle cure, ed è per questo che, oltre al rilancio del parco tecnologico e del settore della ricerca, abbiamo deciso di occuparci delle “persone”, prese nell'integrità del loro essere, cercando di determinare un equilibrio tra il livello di eccellenza delle cure e la capacità di dare risposte a determinati bisogni, talvolta inespressi”.

Prima del ricovero c'è però la diagnosi.
“Proprio così, ed è questo il momento più difficile. Quando a una persona qualsiasi, magari che lavora, con una famiglia, con delle responsabilità, viene consegnata una diagnosi, scatta qualcosa, e la vita cambia. Da quel momento la persona ha bisogno di tutto il sostegno possibile in modo integrato: oltre all’aspetto specialistico e delle cure, che rimangono elementi fondamentali, il paziente ha bisogno di aiuto a 360 gradi; se non capiamo questo, facciamo un gravissimo errore che può pregiudicare anche le cure”.

Il concetto che lei ha appena espresso come si realizza nella pratica?
“Le cose più belle, quelle che arricchiscono di più la nostra vita sono quelle più semplici, e noi siamo partiti da queste: pensiamo al bisogno reale di una persona che arriva in un posto sconosciuto, lascia i suoi affetti, sa di avere una malattia e dunque un percorso difficile davanti a sé, con esito incerto; se da un lato è tranquilla di affidarsi alla struttura di eccellenza, allo stesso tempo si trova in un posto estraneo, dove i ritmi dell'organizzazione non ruotano quasi mai attorno alle esigenze di chi è ricoverato. Partiamo dall'accoglienza e riportando i ritmi quotidiani della nostra vita alla normalità, anche in ospedale: l’orario dei pasti, ad esempio, è simile a quello che seguiremmo a casa: colazione alle 7.30, pranzo alle 13.00, un thè alle 17.00 e la cena alle 19.30”.

Ma è solo questione di orari?
“Certamente no, la cosa più importante è far capire alle persone che sono sempre in grado di scegliere qualcosa, anche se indossano un pigiama, fuori dall’ambiente familiare l'ospedale può essere una casa e non una prigione. C'è una variazione nel menù che è a scelta, facendo in modo che il paziente si senta riconosciuto come persona e possa esprimere la sua volontà”.

Mostra_Ifo Oltre ai pasti c'è la giornata complessiva, non facile da far trascorrere per i degenti.
“Infatti un altro degli obiettivi già raggiunti è tenere i pazienti più possibile lontani dalla stanza di degenza. La stanza rappresenta ciò che normalmente è la casa, non il posto dove guardare dalla finestra senza sapere dove andare. Allora abbiamo voluto trasformare gli spazi degli Istituti che durante il giorno vengono utilizzati per funzioni amministrative, in luoghi dove la sera è possibile andare al cinema a vedere un film. In collaborazione con le associazioni AMSO e ARVAS, presenti a Roma, animiamo le serate, gli artisti vengono gratuitamente a intrattenere i pazienti con spettacoli, karaoke, concerti nella chiesa.

Poi abbiamo i laboratori, come quello di pittura, tenuto dai docenti della Libera Accademia di Belle Arti di Roma (R.U.F.A.), che si è rivelata una splendida occasione di incontro tra le persone; poi c'è il corso di yoga realizzato in collaborazione con la Federazione Italiana Yoga (FIY), per permettere ai pazienti degli Istituti di acquisire una maggiore consapevolezza del proprio corpo, nell’ambiente e nelle nuove circostanze in cui si trovano a causa della malattia. Sapesse quanto è gradito tutto questo".

Leggo che verrà pubblicato anche un calendario.
“E' vero. Abbiamo dato il pennello in mano alla gente, anche a chi non l'aveva mai preso prima. Ne sono usciti oltre 100 dipinti bellissimi, di questi ne sono stati selezionati 12 per  Il “Calendario della Prevenzione 2011”, una nuova iniziativa a favore della prevenzione oncologica e per la raccolta di fondi a sostegno delle attività di umanizzazione dei due Istituti".

(Fine prima parte- continua)

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