UMANITÀ NUOVA

Salute e ambiente

Trucchi_Ifo

 

Dopo la prima puntata pubblicata la scorsa settimana, parliamo oggi di bellezza, fede, rapporto con "l'altro", reciprocità. Sono i temi toccati dal Prof. Bevere nella seconda parte dell'intervista.

 

Intervista di Paolo Balduzzi- Roma

(seconda parte)


La bellezza è importante anche in un percorso di cura?
“Sì, ne sono convinto. Pensiamo per un momento alle donne: molte hanno più paura degli effetti che le terapie provocano sull’aspetto fisico, piuttosto che della terapia stessa. Per esempio, quelle  che perdono i capelli a causa della chemioterapia subiscono un danno difficile da accettare, benchè temporaneo: non si può rispondere a queste donne suggerendo l’acquisto di una parrucca. C'è tutto un percorso da fare insieme. Allora per quanto riguarda l'aspetto estetico, come fosse un gioco, abbiamo voluto aprire un laboratorio di make-up, che sta avendo un successo enorme: con alcuni specchi comprati a Ikea, una serie di trucchi, e alcuni esperti del settore provenienti dalla Scuola romana “Studio 13”, le pazienti capiscono di poter essere in forma lo stesso, acquistano sicurezza perché percepiscono di essere sempre “persone”, che stanno lottando con il sostegno di tutti, continuando a far fronte ai problemi quotidiani,  ma allo stesso tempo continuano a vivere”.

Immagino che non tutti vogliano fare sempre tutto e sempre insieme.
“Ogni persona è un mondo da scoprire. Noi cerchiamo spazi di aggregazione, ma poi ognuno è libero. Per questo c'è anche una biblioteca all'ingresso principale, dove la gente può scegliersi un libro per leggere e meditare in santa pace. E' una libreria fornita un po' da tutti: personale, degenti, associazioni e amici, che portano quei libri magari già letti o che in casa non si usano più. Tutti concorrono, anche con questi piccoli gesti, a rendere grande una progettualità”.

Ci sono però quei pazienti allettati che per le loro condizioni non possono fare niente se non rimanere in camera.
“Per questi pazienti abbiamo messo in ogni stanza un televisore a persona, in modo si possano sintonizzare con i canali e con le aule per assistere agli spettacoli o alla Santa Messa, un appuntamento molto sentito. Abbiamo una bellissima cappella per le messe quotidiane, un coro gospel che anima le funzioni principali, come quelle di Natale e Pasqua. Sono momenti di grande aggregazione, dove viene in luce l'importanza della fede per coloro che credono”.

In fin dei conti, cosa possiamo intendere per umanizzazione?
Umanizzare vuol dire rendere alla nostra portata i processi che generalmente nella vita ci risultano estranei. Per noi medici vuol dire capire dove sono le fragilità, le ferite, le zone d'ombra del nostro paziente, e senza essere frammentari, agire di conseguenza. Questo vuol dire accompagnare ogni persona durante il percorso di cura e, allo stesso tempo, essere consapevoli che non si possono abbandonare le persone a loro stesse in questi momenti. E' necessario trasmettere al paziente l'idea che domani magari farà un'operazione, ma poi andrà al cinema, leggerà un libro, avrà tempo e modo di consultarsi con i suoi cari, di stare con il marito, la moglie, i figli, in modo che tutto sia più normale possibile. In questo periodo stiamo lavorando proprio alla costituzione di un équipe che avrà il compito di non lasciare mai la persona sola con le sue preoccupazioni.

Ma a qualcuno che magari è qui per un tumore molto grave e non sa quanto ancora ha da vivere, possono davvero interessare queste cose?
“Ciò che noi proponiamo non è lontano dai bisogni delle persone, e comunque fa parte di un percorso complessivo che contribuisce anche a sostenere e a far accogliere meglio le cure. Ho la conferma che come esseri umani noi riusciamo ad esprimere sentimenti ed emozioni in alcune determinate circostanze della vita: nella gioia, ma soprattutto nel dolore. L'umanizzazione, attraverso l'arte e il “bello”, diventa il mezzo di espressione di quello che la persona ha dentro.

Come si coniuga l'umanizzazione nel rapporto tra il malato e le persone che gli stanno intorno?
“Non c'è cosa peggiore per chi vive un'esperienza di malattia ed è consapevole della sua integrità,  comprensiva di diritti, pregi, debolezze e difficoltà, che rimanere vittima di quello sguardo di commiserazione che spesso le stesse persone più vicine al paziente fanno pesare. Il primo momento difficile comincia quando si perde la fiducia nelle proprie capacità, quando si dovrebbe avere accanto chi continua a considerarti “persona” anche dopo la diagnosi; sono le persone che ti dovrebbero aiutare a mantenere questa integrità nonostante tutto, rafforzando le capacità di reazione più intime che fanno bene alla cura. Spesso poi, nelle situazioni più gravi e non risolvibili, sono i familiari ad aver bisogno di un sostegno superiore al malato. Il familiare si deve preparare al “dopo”, a questioni difficili sul piano psicologico. Ecco perché ho voluto creare “l’area di supporto alla persona”, in grado di mettere insieme tutte le professionalità necessarie per sostenere e proteggere la persona in ogni momento critico.

Nella realizzazione del programma è sempre tutto liscio?
“Le difficoltà non sono mai mancate. Sicuramente questo è un lavoro che richiede una volontà e determinazione molto forti, oltre a una leadership condivisa con il resto del personale. Ci sono momenti di stanchezza che vengono un po' a tutti, ma basta fare un giro nei reparti e mi viene dato l'ossigeno proprio dai pazienti, quando mi dicono che stanno meglio, che le cose stanno cambiando, sentono che pensiamo a loro”.

E' un dare e un avere.
In effetti si crea una reciprocità incredibile. Penso che amare sia facile, naturale direi. Il problema  più grande oggi è farsi amare. Quando si riesce a creare questa combinazione reciproca, si mettono le basi di un'impalcatura così solida che nessuno poi può più demolire”.

Abbiamo visto che all'umanizzazione contribuiscono vari soggetti attivi della città: gli artisti, la scuola di make up, le associazioni di volontariato, la R.U.F.A e la FIY. Partendo da questo,  che effetti può avere questo progetto sulla città di Roma?

“Intanto posso dire con grande gioia che noto in giro una grande curiosità per questi temi. E' un buon segno, quello di una richiesta in tal senso del cittadino. Ho l'impressione che ciò che facciamo qui dovrebbe essere trasferito altrove, tramite la condivisione di competenze che non richiede tanto, solo una grandissima energia e forza di volontà. Se a queste si unisce l'amore per gli altri, poi arriva sempre qualche cosa, quando comincia questo trasferimento non si ferma più. Basta pensare, ad esempio, che recentemente abbiamo consegnato dei diplomi ad alcuni detenuti che hanno seguito un corso per operatori tecnici che sostengono l'umanizzazione. Questi carcerati, anche loro soli e sofferenti per la maggior parte dei casi, hanno ora una qualifica per un lenire la sofferenza di un'altra persona, in questo caso un paziente. Da qui riparte un percorso di rinascita. Ecco perchè penso che se in questo luogo stiamo facendo del bene agli ultimi, entrando con due piedi nelle ferite dell'altro, quasi per osmosi stiamo concorrendo al bene di tutta una città.

Cosa significa vivere la fraternità nel suo lavoro?
La fraternità è donarsi ad un'altra persona, farla sentire nel momento più difficile comunque protagonista di un legame molto forte, che supera quello della malattia. E' un abbraccio che viene offerto come occasione per migliorarci tutti, pazienti e medici. Bisogna solo fare attenzione perché si può accompagnare la persona stringendola forte, con il rischio di toglierle il respiro, oppure in modo leggero, facendo sentire la presenza ma senza nessuna stretta. Ecco, essere fratelli significa proprio questo: accompagnarsi con quell' abbraccio che ti ridona l'ossigeno”.

Lei è felice?
Mi sento una persona felice per aver avuto questa opportunità e averla sfruttata. Sarò ancora più felice quando sarò certo che quanto sto portando avanti non sarà legato solo alla mia volontà e alla mia persona, ma sarà davvero uno sforzo collettivo e acquisito dalla nostra comunità scientifica, per il bene comune.”

(Fine)

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