UMANITÀ NUOVA

Educazione e cultura


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Come nasce e si sviluppa un punto di riferimento “per la scuola” e “dopo la scuola” in uno dei rioni più multietnici della Capitale.

di Paolo Balduzzi- Roma

 

Nel cortile dell'Istituto Di Donato di Roma i ragazzini giocano nel cortile, c'è un via vai di persone che entrano ed escono dall'istituto portando per mano i piccoli alunni. Dentro è difficile trovare a quest'ora dei bidelli, almeno nel senso comune del termine. E' più facile trovare Judy, Annabel, Francesca, Simone, tutti qui hanno un nome, l'anonimo non è proprio contemplato.

Ed è ancora più facile che ognuno di loro sia un genitore, un volontario, un nonno, qualcuno insomma del quartiere che ha messo a disposizione tempo e talenti per seguire un'attività, un progetto, un doposcuola.

Qui i colori sono di casa: sorto nel cuore del quartiere Esquilino di Roma, il più multietcnico e variopinto della Capitale, questo istituto è oggi protagonista di una particolare esperienza ed è capofila un progetto pilota che accompagna non solo la scuola, ma anche le famiglie e la comunità che si è creata attorno.
Qui è infatti operativa l'Associazione “Genitori Di Donato”, che ha ripristinato dei locali dell'istituto da anni in disuso e prima sommersi dalle immondizie.

La riapertura di questi spazi ha innescato un circolo virtuoso che ha visto progressivamente convergere le energie delle numerose componenti della scuola e delle varie istituzioni, in nome di una comune valorizzazione del bene pubblico.
Oggi l’associazione conta ormai un centinaio di soci che prestano volontariamente le loro forze in orario extra-scolastico, ospitando attività sportive, ricreative, culturali, e numerosi servizi per grandi e piccini, dentro e fuori l'istituto. Dal dicembre 2004, l’Associazione è anche capofila del Polo Intermundia che ha sede negli stessi spazi.

Francesca Valenza è una delle “mamme” dell'Istituto, e presiede l'associazione. E' lei che ci racconta qualcosa di più:

«Tutto è nato alcuni anni fa dalla volontà del preside di allora, Bruno Cacco. In quel tempo c'era il boom dell'immigrazione, c'erano grossi problemi di integrazione tra le varie comunità presenti in questo quartiere. Il Prof. Cacco ha pensato di fare dei genitori una risorsa per la scuola e della scuola una risorsa per i genitori, aprendo a nuovi percorsi integrati e condivisi in modo che tutti i soggetti, dalle famiglie alla comunità del quartiere fossero coinvolti in un processo di cambiamento e conoscenza, per abbattere i muri e sconfiggere la paura dell'altro».

E' nata così l'Associazione Genitori Scuola Di Donato.

«In un momento in cui le risorse verso la scuola cominciavano già a diminuire, Bruno Cacco ha assegnato i locali inutilizzati dell'istituto ai genitori che si sono costituiti in associazione per gestire questi spazi a favore della scuola e della famiglia. In questo modo scuola e genitori sono diventati partner di uno stesso progetto: la scuola ha qualcosa in più da dare a famiglie e comunità, e da loro riceve supporto e assistenza per tutto ciò che le istituzioni e le scarse risorse non le permettono di fare. Le famiglie hanno spazi per condividere, per fare dei seminari, dei doposcuola, attività sportive, per vivere momenti insieme di conoscenza e formazione.

In sette anni questa è diventata una comunità-scuola e, direi, una comunità-territorio, perché siamo aperti alla città, e alle esigenze di chi ci sta attorno, un'esperienza di cittadinanza attiva da 0 a 99 anni. L'associazione è inserita infatti in una rete di rapporti con altre associazioni, progetti, enti che lavorano per la costruzione di una città migliore».

Quali sono i progetti portati avanti?

«Dai semplici dopo scuola, alle lezioni di lingua straniera, ai laboratori di varia natura: in questi luoghi ognuno si sente valorizzato per quello che è, anche per le sue origini non italiane, mettendo a disposizione della scuola e della società un talento che è mezzo di formazione e conoscenza». 

L'ultimo progetto che avete intrapreso?

«E' quello che riguarda la valorizzazione degli anziani, dei nonni in particolare. I nostri nonni generalmente hanno più tempo e li coinvolgiamo nei vari servizi per renderli attivi e capaci di dare ancora alla società nonostante la pensione. Ad esempio, abbiamo un nonno ingegnere in pensione che aiuta nelle ripetizioni di matematica nel doposcuola non solo per suo nipote, ma per tutti gli altri bambini».

E poi c'è “Una città a misura dei bambini”..

«La città a misura dei bambini è un preciso progetto nato a seguito di una “ferita” per sensibilizzare le istituzioni sui temi della sicurezza e dell'integrazione. Il 10 Luglio 2005 un alunno della scuola, Mark Christian Matibag, è morto mentre si recava qui a giocare a basket investito da un'auto, su un attraversamento che non era in sicurezza.

Per noi la sicurezza è a tutto tondo, è un concetto trasversale che richiama la partecipazione: le città vengono oggi concepite in maniera “tuttocentrica” per l'economia e per gli adulti, ma mancano gli spazi per stare insieme, per conoscersi, e per fare in modo che i piccoli crescano in serenità e in relazione con l'altro. Anche la sicurezza ha bisogno di spazio, cominciando da piccoli: e allora la scuola, le famiglie e la società intera devono lavorare insieme non solo per fare in modo che non si ripetano più simili tragedie, ma perché si vada oltre la denuncia e si passi alla proposta, mettendo in sicurezza in senso lato la crescita dei bambini, facendo funzionare gli spazi pubblici e istituzionali per l'integrazione delle famiglie più svantaggiate.

Nel concreto offriamo una giornata di sport giochi, spettacoli, pesca, pranzo e merenda conviviali, danze popolari e una riflessione sul tema di fondo della giornata: Perché la morte di Mark ci chiama ad impegnarci come adulti, genitori e istituzioni per accelerare la costruzione di una città a misura di tutti i bambini, da ovunque essi provengano e qualunque sia la loro condizione sociale e la loro cittadinanza».

A quali risultati portano questi progetti?

«I ragazzi dicono questa scuola è bella perché ci possiamo “incontrare” e sentono la loro crescita come un percorso armonico, perché i valori che vivono qui li vivono anche a casa e nei luoghi del quartiere che frequentano. Se ne sono accorte anche le istituzioni: comune, provincia, regione, ma anche l'Unione Europea che ci ha riconosciuti come ente di formazione informale, per il rispetto dei valori che sono parte delle loro direttive sull'istruzione, come l'equità e l'inclusione sociale».

Cosa dà in più un'esperienza del genere a un genitore, a una comunità?

«Parlo per me ma rappresento qui tutti i genitori: questa esperienza ci dà un grandissimo arricchimento, che ha alzato la qualità della nostra vita. Viviamo con la solidarietà di tante persone che aiutiamo e da cui riceviamo aiuto. Siamo 100 genitori, siamo una grande famiglia allargata che si incontra volentieri e che ha fatto di questo quartiere una “casa”. Un genitore che è venuto qualche tempo fa ha detto “ecco questa è la mia famiglia” e penso che è questa l'esperienza che valorizza tutti i talenti, tutte le possibilità perché poi ognuno trova la libertà di metterci del proprio. Certo le difficoltà non mancano, non tutti ci capiscono, ma è anche vero che chi non fa non sbaglia».


Francesca Valenza deve correre ai ricevimenti dei professori, in fin dei conti, i suoi figli studiano qui. Ma scendendo le scale, nei seminterrati, mentre si sente un pianoforte che suona e dei bambini che cantano, trovo Judy e Annabel, due mamme che vivono questa stessa esperienza: la prima è filippina, in Italia da 21 anni, la seconda è somala, in Italia da quasi 27.

«In questa scuola ho fatto crescere i figli- comincia Judy- sapendo i grande valore formativo della scuola non solo per la qualità delle lezioni, ma per la continua collaborazione tra studio e vita insieme che mi permette di dire che qui c'è un'integrazione e una formazione per tutti gli abitanti del quartiere, e che noi non ci sentiamo stranieri e italiani, ma tutti insieme allo stesso livello».

Annabel invece è mediatrice culturale e linguistica:

«Qui abbiamo trovato tante risorse, soprattutto dal punto di vista del rapporto umano; qui i ragazzi qui non si chiamano stranieri ma migranti, perché capiscono che la diversità è una ricchezza che ci fa crescere dentro, comprendendo il carattere del nostro fratello, di tutti gli altri che sono accanto che alla fine vogliono le stesse cose. Così è per noi mamme, siamo un riferimento le une per le altre, con i padri, con le famiglie, con le istituzioni. I problemi sono tanti qui, ma li affrontiamo insieme, nessuno è solo a portare i suoi pesi. E questo rende la cifra di una grande famiglia».

© Photo Copyright Simone Ramella, Creative Commons License
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