UMANITÀ NUOVA

Fra etnie e culture

133 ambasciatore

 

AL è un diplomatico. Ha lavorato per il suo paese in diverse parti del mondo e ora, da qualche anno, è ambasciatore in Asia. Al nostro sito si racconta, facendoci scoprire qualcosa in più del suo lavoro e della sua missione.

di Paolo Balduzzi

«Dai finlandesi abbiamo imparato ad amare la natura e la luce del sole, e a capire cosa vuol dire rispettare un altro credo religioso, mentre dal popolo cinese abbiamo imparato una nuova geografia, poiché il popolo cinese si considera al centro del mondo (Cina vuol dire “Impero del Centro”),  e un amore più grande per l’umanità e le sue sofferenze».

A vederlo è uno di noi: semplice, alla mano, con il sorriso e la battuta sempre pronta, un po’ lontano dallo stereotipo di diplomatico freddo e distaccato. Con una lucidità di pensiero sull’attualità internazionale che scuote e fa riflettere, AL va diretto al cuore di un problema, incarnando la tipicità del diplomatico “in missione per conto di Dio”.  AL ha lavorato soprattutto in Europa e in Asia, e da alcuni anni è ambasciatore del suo Paese sempre in Estremo Oriente… almeno per chi vive in Occidente.

«Grazie a questi incarichi, con la mia famiglia abbiamo imparato a riconoscere la ricchezza di un'umanità allargata, ad amare la patria altrui come la nostra, ad amare Dio nell’uomo di nazionalità e cultura diversa dalla nostra».

Lavori in un ambito molto delicato, che ti porta a vivere a contatto con le ricchezze, ma anche con le sofferenze dell’umanità più varia, che non vanno sempre d’accordo con la ragion di stato, e le aspettative dei governi. Ma è possibile per un diplomatico, vivere da cristiano?

«Certo che è possibile, è una realtà comprovata dalla mia esperienza di anni. C’è uno scritto di Chiara Lubich, sulla diplomazia, che è un po’ la mia guida per la vita personale e professionale. Dice tra l’altro: «Farsi uno con il prossimo, in quel completo oblìo di sé che possiede - senza avvedersene e senza curarsene - colui che ricorda l’altro, il prossimo.  Questa è la diplomazia della carità (...). La diplomazia divina (…) è mossa dal bene dell’altro ed è priva quindi d’ogni ombra di egoismo».

Ricordo in particolare l’esperienza vitale con un amico cinese con cui condividiamo l’Ideale della fraternità: il rapporto con lui è stato la soluzione alla mia ansia giovanile di “essere fatto per altre cose”; grazie a lui ho incontrato, a migliaia di chilometri di distanza e in una cultura così diversa da quella del mio Paese, la mia ragione di esistere».

Questo a livello personale. Eppure l’idea di un Mondo Unito sembra scontrarsi con l’idea delle relazioni tra gli stati, che sembrano invece chiuse, fredde, venti di guerra soffiano un po’ ovunque…

«Come dicevo, nel mio lavoro cerco di ispirarmi all’Ideale della fraternità che ho conosciuto da Chiara Lubich. E’ sempre lei che un giorno ha detto «Se ogni diplomatico nelle proprie funzioni sarà spinto nel suo agire dalla carità verso l’altro Stato come verso la propria patria, sarà illuminato a tal punto dall’aiuto di Dio da concorrere ad attuare rapporti tra gli Stati come debbono essere quelli fra gli uomini».

Sento questa affermazione molto vera e concreta. La mia esperienza professionale mi fa dire che l’idea di un mondo unito corrisponde a un mondo dove la ricchezza della diversità di ogni popolo costruisce la bellezza dell’insieme. E questa idea che può sembrare utopica proprio perché il mondo è pieno di guerre, si concretizza nel tempo e nello spazio a piccoli passi, anche grazie a gesti semplici che puntano alla salute dei rapporti. Ho potuto sperimentare questo in tante occasioni. Racconto un piccolo fatto accaduto durante le cerimonie di apertura e di chiusura dei Giochi Olimpici e Paraolimpici: uno spettacolo indimenticabile! Mi ricordo che la sera della prima cerimonia, dentro lo stadio e in mezzo a migliaia e migliaia di persone, ho sentito l’ispirazione a inviare al mio collega omologo del Ministero degli Esteri un messaggio tramite il cellulare. «Il vostro Paese mostra tutta la sua bellezza», ho scritto, e lui ha subito risposto «Grazie». Anche con quel semplice gesto, sentivo di aver amato la sua patria come la mia».

Lavorare per il bene di un popolo nell’ottica della fraternità significa dunque lavorare per il bene di tutti i popoli? E’ possibile questo quando gli interessi in gioco sono divergenti? 

«Penso proprio di sì, anche se a volte il lavoro è una vera lotta. Ricordo quando al mio Paese è toccata la Presidenza di turno dell’Unione Europea, io sono stato incaricato di presiedere un gruppo di lavoro, nell’ambito dell’Unione, al quale, ad un certo momento, è stata proposta l’adozione di un “Programma Diplomatico Europeo”. Si trattava di un programma di formazione professionale rivolto ai giovani funzionari diplomatici in servizio nelle diplomazie nazionali dei Paesi Membri, presentato dalla Presidenza precedente. Aveva il forte sostegno della Germania, ma aveva suscitato resistenze notevoli, perché questo e altri paesi insistevano affinché il tedesco fosse una delle lingue di insegnamento del programma, oltre il francese e l’inglese. Questa richiesta poneva non soltanto il problema dell’incremento dei costi, ma anche quello delle diverse lingue nazionali che, a quel punto, avrebbero potuto essere altrettanto prese in considerazione. In quella situazione toccava a me cercare una soluzione. Ho parlato con i rappresentanti di ogni Paese, facendomi carico delle ragioni di ciascuno, non privilegiando la  mia nazionalità e la mia lingua per far posto alla loro: come presidente, volevo agire al servizio di tutti. Mi andavo però convincendo che sarebbe stato più vantaggioso per tutti avere un programma di formazione comune, e che sarebbe stato utile andare avanti con le due lingue ufficiali che non avrebbero creato difficoltà di realizzazione.

Ho fatto la mia proposta durante una riunione durante la quale abbiamo cercato di fare in modo che tutti si sentissero a casa propria. E’ stato uno sforzo di tutti, ma mi ricordo bene di come, nel silenzio dell’ultima notte di preparazione del testo del mio intervento, le parole mi venivano in mente quasi ispirate. Il giorno seguente, la proposta è stata approvata da tutti ed il Programma Diplomatico Europeo è oggi una realtà affermata».

E oggi per cosa devi lottare?

«Oggi svolgo la mia missione in un paese disgregato, diviso, con notevoli problemi da tutti i punti di vista. Lotto, in questi tempi, contro ciò che è ovvio: i miei limiti, il mio niente, la mia tentazione di solitudine, la disunità, la mancanza di mezzi con cui vivere: La difficoltà è reale,  e sento che devo viverla, amarla, soffrirci, assumerla, condividerla, per sorpassarla. Ma ciò significa amare persone concrete, vivere le divisioni, non sfuggirle: l’esperienza personale e professionale di questi ultimi tempi è stata proprio questa: amare il nemico, amare l’abbandonato, amare l’uomo e la donna senza Dio. Essere ambasciatore di Dio, inserirLo là dove Lui non esiste, essere con la mia vita un ponte per unire gli altri. 

Ieri, durante una riunione di colleghi dell’Unione Europea, facevamo un punto sulla situazione del Paese in cui attualmente lavoro. In seguito al contatto stabilito a novembre con il rappresentante del Programma Alimentare Mondiale delle Nazioni Unite, ho avuto la conferma che sta per concludersi il programma di alimentazione per un milione e seicentomila bambini, mamme incinte e mamme che allattano. «Stiamo parlando di persone»- ho detto ai miei colleghi e al mio governo, «non stiamo parlando di politica, ma di persone». Il discorso che ho fatto è stato diplomaticamente poco ortodosso ma alcuni colleghi sono rimasti impressionati e sono venuti a dirmelo. Nessuno mi ha contraddetto, la loro bocca è rimasta chiusa ma gli occhi hanno detto tutto. Guardando alla persona e cercando il suo bene, è passata la “Diplomazia Divina” che siamo chiamati a costruire per realizzare la vera umanità nuova».

Anche se non siamo tutti ambasciatori?

«Oggi ho incontrato una collega: ha letto sul giornale la storia di un’infermiera in pensione che lavora con i rifugiati i quali, dice, più di ogni altra cosa, hanno bisogno di “warm human touch”, calore, affetto umano. Alla domanda su quali fossero i suoi piani per il futuro, ha risposto di voler diventare una mediatrice tra le parti, un ponte tra due paesi fratelli. La storia di questa infermiera dice proprio questo: per essere ambasciatori non c’è bisogno di essere “ambasciatore”; quella signora avrebbe capito come curare il cuore della gente anche senza essere infermiera. Quando amiamo l’altro possiamo fare tutto, Sant’Agostino ce lo ricorda, e la testimonianza di Chiara Lubich e di tutti noi che vogliamo vivere il suo stesso  Ideale nel mondo, ne è la prova più tangibile».

 

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